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Cambiare marcia per creare lavoro. Più servizi, più qualità, meno ore
L'incapacità di guardare lontano, è forse una proprietà antropologica dell'homo italicus, più orientato al carpe diem dei latini che alle attività programmate dei nordici, incapacità che in anni di lenti cambiamenti come quelli passati non ci nuoceva troppo, oggi rischia di fare danni gravi.
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Migranti, l'Europa brucia il futuro.

l'Unità, 18 maggio 2016
postato: MAG 18 2016TAGS: Economia ,  Immigrazione

l'Europa che chiude le frontiere e diffonde il "panico da invasione", non calpesta solo i suoi valori di civiltà, ma dimentica il suo passato di continente ad alta emigrazione, non si sofferma su un presente, senza futuro se non riceve una iniezione di ringiovanimento da continenti in crescita.

Nei settant'anni che precedettero la prima guerra mondiale, più di 40 milioni di persone emigrarono dall'Europa,  oltre 13 milioni di britannici ed irlandesi, 6,4 milioni di italiani, 4,2 milioni di tedeschi, 2,4 milioni di spagnoli, 2 milioni di austro ungarici,  e  milioni di  svedesi, portoghesi, norvegesi, russi, etc. (Mitchell, Abstract of European Historical Statistics, Cambridge, 1975).  Almeno altri 40 milioni di europei sono poi emigrati nel periodo posteriore alla seconda guerra mondiale.  Nessun continente ha dato in 150 anni tanti emigranti come l´Europa, in assoluto ed in percentuale della popolazione, intorno allo 0,2% ogni anno, molto più dei flussi migratori che attualmente provengono dall'Africa. Infatti secondo l'Onu (International Migration Report, 2015) nel quindicennio 2000-2015 sono emigrati dall'Africa 11 milioni di persone, 700mila l´anno, meno dello 0,1% della popolazione africana (1,1 miliardi), la metà esatta dei flussi migratori che da secoli escono dall'Europa.

  

Anche facendo una stima pessimistica di 1 milione di emigrati dall'Africa per quest'anno, si tratterebbe pur sempre di una emigrazione assorbibile da un continente a crescita demografica zero come l´Europa, destinato al declino fisiologico  cui andrebbe incontro in qualche decennio, con indici di vecchiaia di un lavoratore per ogni pensionato, insostenibile  per il sistema pensionistico, sanitario e produttivo.

Gli attuali flussi dall'Africa e dal Medio Oriente sono assorbibili se tutta l'Europa se ne fa carico. E se l'organizzazione dell'accoglienza e dell'integrazione è intelligente ed efficiente. Le nazioni che rifiutano le loro quote di accoglienza non dovrebbero permanere  in Europa a pieno diritto. La Partneship implica diritti e doveri, non è concepibile che alcuni paesi  vogliano lucrare i vantaggi della partecipazione, come i ricchi fondi di coesione che vanno alle regioni in via di sviluppo di paesi come Polonia, Slovenia, Ungheria, etc  rifiutandone gli oneri.  D'altra parte i numeri reali, non quelli amplificati dai partiti della paura, sono del tutto compatibili con le dimensioni e le caratteristiche dell'Europa. L'Italia nel decennio 2000-2010 ha assorbito 400mila immigrati l'anno, ha tuttora un tasso demografico negativo, con i morti superiori alle nascite, non avrebbe alcun problema ad assorbire poco più di 100mila immigrati ogni anno, ché questa sarebbe la nostra quota se tutta Europa si impegnasse nell'accoglienza.

Oggi paesi come Austria e Svezia hanno quote di stranieri del 17%, Germania del 15%, G.B. del 13%, Francia e Belgio del 12% (Italia 10%), e loro economie se ne sono avvantaggiate con  tassi  di crescita del Pil  superiori alla media europea. Perciò, bando al panico da invasione, si diffondano le cifre reali del problema, si organizzino le fasi dell´accoglienza e dell´integrazione al meglio, aumentando la collocazione  degli immigrati  nei piccoli Comuni in via di spopolamento che ne hanno bisogno per non morire (il Comune di Riace, con 1500 abitanti, è  rinato col 25% di stranieri, insieme a  centinaia di altri piccoli Comuni in via di spopolamento, rivitalizzati dagli immigrati), evitando concentrazioni ignobili intorno alle stazioni delle città, Roma, Milano, Ventimiglia, Brennero e si realizzeranno   tre obiettivi positivi:  l'Europa che non cancella i suoi valori di civiltà e di accoglienza, si annulla un panico da immigrazione che serve solo alla  propaganda elettorale dei populisti, si dà un aiuto allo sviluppo economico asfittico di un continente troppo vecchio per non morire, …da solo.

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Crescita sì, ma non è come la pioggia

l'Unità, 24 maggio 2016
postato: MAG 24 2016TAGS: Economia

Le polemiche sulla debolezza della crescita, che nel 2015 è stata dello 0,8% sia del Pil che dell´occupazione (+186mila) non si placano. Per un paese la cui disoccupazione giovanile è superiore al 40% ed i cui i tassi di occupazione globali (occupati su popolazione 15-64 anni) sono di 10 punti inferiori all´Europa (ci mancano 4 milioni di posti lavoro per essere in media europea), è lecito polemizzare sulla crescita debole, ma senza farsi illusioni.

Tutti invocano la crescita come gli stregoni invocano la pioggia, pochi ricordano che una crescita del Pil superiore al 2%, che sarebbe necessaria per avviare a soluzione i nostri problemi, occupazionali ma non solo, sul medio periodo, non la vedremo più. Non si avvereranno le previsione di Serge la Touche, il teorico della decrescita, secondo cui "una crescita illimitata del Pil è incompatibile con un mondo limitato", ma sicuramente i paesi industriali (PI) non avranno più tassi di crescita alti, perché paesi "vecchi" che non fanno figli ed a popolazione stagnate o calante e perché sarà molto alta la crescita dei paesi emergenti, che partono da livelli più bassi. La crescita del Pil, cioè della produzione di un paese è la somma di due fattori, la popolazione e la produttività, cioè più braccia che lavorano e più produzione per addetto o più produttività determinano la crescita. Per decenni il Pil mondiale è cresciuto mediamente del 3,5% l'anno grazie ad una crescita della popolazione del 2% e della produttività dell´1,5%. Oggi il Pil del mondo cresce come prima, ma con un contributo più massiccio dei paesi emergenti, che con la globalizzazione, crescono più dei PI. Infatti la crescita mondiale è stata del 3,1% nel 2015 ed è prevista del 3,2% per il 2016 (IMF, World Economic Outlook, 2016), ma con contributi assai diversi tra PI, che crescono dell´1,9% e paesi emergenti che crescono più del doppio, 4%.

I PI, che sono vecchi (46 anni la nostra età media contro i 26 del mondo) e non fanno figli, devono adattarsi ad una crescita annua media del Pil non superiore al 2%, perché manca loro completamente la componente demografica e sempre che, siano così bravi da attivare la produttività, cioè le potenzialità da progresso tecnico ed organizzativo, non rallentando le trasformazioni strutturale delle loro economie, facendo gli investimenti tecnologici e di risorse umane necessari.

Chi rallenta o si oppone alle trasformazioni strutturali dell´economia, dalle produzioni materiali alle immateriali, dall´industria povera ai servizi, crescerà ancora meno del 2% possibile, come avviene all´Italia da un ventennio.

Dove sbaglia La Touche, il teorico della decrescita? E' vero che in natura, alberi, animali, non esiste crescita infinita, ma in natura non esiste neanche il fattore produttività come esiste in economia, per cui è prevedibile che, anche con crescita demografica zero, il Pil continui a crescere sia pure con tassi inferiori al 2%.

Perciò il problema occupazionale, che è vitale per ogni paese, deve essere affrontato indipendentemente dalla crescita, che va promossa ma non enfatizzata.

Guardando ai paesi europei con tassi di occupazione migliori dei nostri, tutti i paesi del Nord e del Centro, da Austria e Francia in su, si osservano alcune buone pratiche che faremmo bene a seguire, invece di fare il contrario,agevolare gli straordinari, puntare sulla quantità, etc.

Più qualità delle produzioni, maggiore sviluppo dei servizi, più decisa ripartizione del lavoro, sono tre obiettivi che l´Italia ha completamente disattesi. In Italia, Grecia e Spagna l´occupazione part time è inferiore al 20% dell´occupazione totale mentre in Austria, Germania e Svezia è del 30%, in Olanda addirittura del 50%. In Germania hanno abolito lo straordinario e noi lo facciamo costare meno dell'ora ordinaria. La durata annua dei lavoratori a pieno tempo è di 2000 ore in Grecia, di 1800 ore in Italia e di 1500 in Germania, Svezia, Francia. Un 20% di orario in più significa, per l'Italia, almeno 2 milioni di posti lavoro in meno. Altro buco occupazionale dell'Italia è nello scarso peso dei servizi, turismo, cultura, trasporti, assistenza tecnica, istruzione, etc. Nel solo Turismo, se l'Italia avesse il peso di Francia e Germania, potrebbe recuperare almeno 500mila posti lavoro.

Invece di fare la danza della pioggia, aspettando dal cielo una crescita, necessaria ma che non sarà mai alta come 20 anni fa, pensiamo a fare politiche speciali per l'occupazione, cioè politiche adatte a "periodi di bassa crescita", puntando alla crescita, ma sapendo che difficilmente, sul medio periodo, potrà superare il 2%.

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Economia ed immigrazione, il nemico è l'ignoranza

l'Unità, 21 aprile 2016
postato: APR 21 2016TAGS: Economia ,  Politica ,  Immigrazione

Il dibattito sui migranti è falsato da una grande ignoranza sui dati demografici, economici e sociali sottesi al fenomeno. Ignoranza che non è solo al livello di cittadino comune ma estesa ai livelli più alti dell'economia e della politica.

Quanti italiani sanno che da 40 anni in Italia nascono 1,3 figli per donna e quindi la popolazione invecchia rapidamente senza scampo? Oggi, con 44 anni di età media, siamo con Germania e Giappone i paesi più vecchi del mondo e di questo passo, se non aiutati da un flusso migratorio medio di 200mila l'anno, come prevede l'Istat per i prossimi decenni, tra 50 anni l'Italia sarà un piccolo paese di 50 milioni di vecchietti di età media di 50 anni. La Germania è conscia del problema e combatte denatalità ed invecchiamento con politiche di apertura all'immigrazione. A differenza dell'Italia. Scrive infatti l'Istat nel documento "Il futuro demografico del paese, previsioni al 2065": "Particolarmente accentuato entro i prossimi 30 anni è 'aumento del numero di anziani, gli ultra65enni, oggi pari al 20,3% del totale, aumentano sino a oltrepassare il 32% nel 2043". E si badi bene, questi numeri tengono conto dell´ipotesi media che fa l'Istat di un flusso immigratorio netto di 200mila l'anno. Questo implica un rapporto insostenibile di quasi un lavoratore per un pensionato.

E infatti, sempre l'Istat ci informa che l'indice di vecchiaia, rapporto tra ultra sessantacinquenni e giovani 0-14 anni, già molto alto, 1,46 e, nel 2030 sarà superiore a 2,0, cioè gli anziani saranno il doppio dei giovani. Sempre nell'ipotesi, oggi contrastata da Salvini e compagni, di un flusso immigratorio netto di 200mila l'anno.

Si dice, ma abbiamo già una alta disoccupazione nostrana, perché aprire le porte agli stranieri? Perché, come è sempre capitato nel mondo, ad un certo punto dello sviluppo di una società e di crescita dell'istruzione media, i giovani cercano lavori "migliori", che sentono più vicini ai loro obiettivi, tanto che assistiamo al paradosso che una risorsa scarsa come sono i giovani in Italia, preferisce cercar fortuna all'estero piuttosto che accettare di fare il pescatore d'altura a Mazara del vallo, il pastore o l'agricoltore in Val padana o nell'Agro pontino, la badante a Milano.

E come si risolve questo problema? Non certo bloccando l'immigrazione, che sarà sempre necessaria per occupare gli spazi dei lavori più umili, quanto avviando processi di sviluppo di qualità, di agricoltura, industria e soprattutto servizi, tali da aprire spazi occupazionali per i nostri giovani, spazi che oggi mancano completamente perché il nostro modello di sviluppo è assai povero di qualità e ricco di quantità, orari di lavoro lunghi e pensioni lontane In buona sostanza, sinché gli italiani non riprenderanno a fare figli un po´ più di adesso, l'Italia, senza l'apporto degli immigrati, farà la fine dell'impero romano, cioè scomparirà come entità demografica e nazionale. Se questo non avverrà, come auspichiamo, con una diversa politica della famiglia e dei giovani, che dovrebbe alleviare le pene della Lost Generation denunciata anche da Mario Draghi, gli immigrati serviranno ancora per qualche decennio, sinché i neonati di oggi divengano forza lavoro. Nessuno dice di aprire le porte a tutti, ma nessuno può affermare che il salvataggio dell´Italia da un declino inevitabile –anche la lunga crisi economica è parallela allo...sciopero dei figli, ma questo politici ed economisti italiani non l'hanno ancora capito- non abbia bisogno di un certo apporto di immigrati. Certo, meglio assistiti ed integrati rispetto ad oggi e soprattutto molto meglio diffusi sul territorio. Sotto questo aspetto andrebbero meglio studiati casi di accoglienza diffusa come quello del Comune di Riace, che con 1500 abitanti ospita, e con soddisfazione di tutti, quasi 500 stranieri, riavviando una economia in declino strutturale, riaprendo scuole chiuse per carenza di alunni, e rivitalizzando mestieri scomparsi.

Se gli ignoranti che parlano di immigrazione come peste, studiassero meglio la storia del nostro paese, e non solo, scoprirebbero che siamo tutti figli di uno stesso destino la fusione di razze e colori che nei secoli hanno saputo integrarsi dando spesso il meglio di se stessi.

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