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 cambiare_marcia_per_creare_lavoro

Cambiare marcia per creare lavoro. Più servizi, più qualità, meno ore
L'incapacità di guardare lontano, è forse una proprietà antropologica dell'homo italicus, più orientato al carpe diem dei latini che alle attività programmate dei nordici, incapacità che in anni di lenti cambiamenti come quelli passati non ci nuoceva troppo, oggi rischia di fare danni gravi.
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Scandalo italiano, i giovani fuggono da un paese senza giovani

Isril On Line, 3 maggio 2017
postato: MAG 3 2017TAGS: Economia ,  Immigrazione

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n paese dalle culle vuote come l´Italia dovrebbe essere accogliente per i suoi giovani sulla base della legge della domanda e dell´offerta, un bene raro come i giovani dovrebbero avere più di una opportunità di domanda in casa propria. Non è così! Da più di dieci anni l´Italia,che per la bassa natalità è diventato naturalmente paese di immigrazione, offre un paradosso unico, quello di essere anche paese di emigrazione per giovani che non trovano lavoro in patria Anche gli ultimi dati sul movimento migratorio sono sconvolgenti. Nel 2016 sono emigrati dall´Italia 115mila unità di cui 35mila giovani quasi tutti laureati e diplomati. È la peggior notizia sulla salute del nostro paese, salute economica e sociale, antropologica e politica. Sia sotto l´aspetto strutturale, i giovani scappano da un paese vecchio carente di giovani, che sotto l´aspetto tendenziale, il fenomeno è in forte espansione, gli emigrati del 2016 sono 75mila in più del 2010. Eppure da quasi 40 anni l´Italia ha fortemente ridotto la sua natalità, passando da un milione a meno di 500mila nati ogni anno e questo è il motivo per cui, soprattutto dall´anno 2000 –quando gli effetti della denatalità si sono sentiti sul mercato del lavoro, per ogni 100 anziani che uscivano c´erano solo 50 giovani nati venti anni prima- c´è stato in Italia una immigrazione di quasi 4 milioni di stranieri Proprio alla luce di questi dati, la denatalità e la carenza di giovani, il dato paradossale della fuga dei giovani dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni dei politici, perché è un dato in controtendenza con l´aumento verticale delle migrazioni mondiali nel secolo della "morte della distanza", cioè nel secolo dell´ aumento della mobilità, le migrazioni aumentano secondo una precisa direttiva, partono da paesi in surplus demografico e poveri, Africa, Asia, America latina e si dirigono verso paesi in deficit demografico. L´Italia è l´unico paese in pesante deficit demografico - ricordiamo che con 1,3 figli per donna e 45 anni di età media della popolazione, siamo, col Giappone, il paese a più bassa natalità e più vecchio del mondo e quindi in calo di popolazione autoctona. Perciò l´emigrazione dei nostri giovani è un fenomeno contro natura perché l´Italia, paese con le culle vuote da decenni, ha bisogno ed avrà bisogno per molti anni, almeno di 140mila immigrati l´anno per non vedere fallita agricoltura, assistenza domestica, edilizia, sanità, manifattura, e soprattutto il suo sistema pensionistico, che non sopravviverebbe ad un rapporto tra lavoratori e pensionati di uno ad uno, come si realizzerebbe da qui a venti anni senza un contributo immigratorio netto e questo è anche causa delle bassa innovazione del paese. In tutto il mondo le innovazioni sono prodotte soprattutto dai giovani se il sistema dell´istruzione e della ricerca lo consente. Questo non è in Italia unico paese industriale in cui da anni le spese per istruzione, ricerca ed innovazione si sono ridotte. Per questo l´Italia non riesce a creare " lavori buoni" in settori innovativi adatti ai suoi giovani. Il fatto che l´Italia sia ancora un paese con una buona presenza manifatturiera è un fatto positivo, ma non risolutivo per una piena e buona occupazione perché siamo nel pieno della globalizzazione che implica un lento, ma continuo processo di deindustrializzazione. Oggi producono anche miliardi di cinesi, indiani, etc. che prima della globalizzazione erano pressoché improduttivi. In tutti i paesi industriali la deindustrializzazione è stata compensata da un intensa terziarizzazione, questo non è avvenuto in Italia, dove il peso dei servizi è inferiore al 70% , cioè di cinque punti sotto la media dei paesi industriali. L´insufficiente sviluppo del terziario italiano non si riflette solo sulla disoccupazione giovanile ma anche sulla qualità della domanda di lavoro, nei servizi la quota di laureati e diplomati è doppia. Inoltre quasi tutti i Servizi presentano saldi con l´estero negativi, l´Italia finanzia ricchezza e lavoro estero più di quanto ce ne venga. Tre sono le mosse da fare per combattere la fuga dei giovani, Qualità, solo incentivando produzioni di qualità in tutti i settori, agricoltura, industria e servizi, si creano lavori di qualità. Terziarizzazione. Un piano industriale dei Servizi è necessario per creare lavori di qualità in numeri significativi. Redistribuzione del lavoro. Riprendere il processo storico di riduzione della durata annua del lavoro, passato in cent´anni da 3000 a 1600 ore annue, per prima cosa abolendo gli straordinari, sostituendoli con la banca delle ore come ha fatto la Germania o facendoli costare molto come fa la Francia con le 35 ore. l´Italia è il paese europeo dove si fanno più straordinari anche perché è l´unico paese dove lo straordinario costa meno del lavoro normale. Perciò bisognerebbe cancellare lo scandalo che vede un paese ad alta disoccupazione con orari annui di lavoro nettamente maggiori di paesi a più alta occupazione, 1800 ore contro le 1400 di Germania, Francia, Olanda, Svezia (dati OCSE). Se la durata annua media del nostro lavoro fosse come quello tedesco e francese potremmo avere almeno 4 milioni di posti lavoro in più, che avvicinerebbero il nostro tasso di occupazione, oggi di 10 punti inferiore, a quello europeo.

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L'Europa non fa figli e declina come l'impero romano

Isril On Line, 11 giugno 2016
postato: GIU 11 2016TAGS: Economia ,  Politica

Un saggio dello storico francese Michel De Jaeghere sta mettendo in crisi le vecchie tesi sulla caduta dell´impero romano che, secondo gli storici principali era stata colpa del cristianesimo e che invece è da attribuire principalmente alla denatalità. La tesi secondo cui i cristiani, col loro messaggio di amore e di pace, avrebbero reso l´impero imbelle e attaccabile dai barbari è stato diffusa dall´illuminismo con Voltaire e dallo storico inglese Edward Gibbon con la sua ponderosa Storia della caduta dell´impero romano, ed è stata dominante per secoli. Tra le altre cause indagate dagli storici ci sono, le invasioni barbariche, soprattutto quelle degli Unni che migrando verso l´Ungheria spingono le popolazioni nordiche a invadere l´Italia, il declino economico sociale con l´aumento delle diseguaglianze e l´impoverimento di larghe masse di popolo, l´abbandono delle virtù repubblicane. Con Les derniers jours, De Jaeghere non esclude le altre cause, ma ne indica la principale nel calo della natalità. Il libro ha aperto un dibattito in Francia più che in Italia, sulle vere cause della crisi e soprattutto con le somiglianze all´Europa di oggi.

Il libro, recensito tra l´altro in maniera entusiastica dall´accademico francese D´Ormesson, sostiene che la causa principale del collasso di Roma, passata da un milione di abitanti ai tempi di Augusto ai ventimila del V secolo, sia stata la denatalità, insieme ad altre cause, certamente, tra cui la trasformazione dell´Elite romana da guerriera e militare a terriera e latifondista, più interessata ai piaceri che alla difesa dell´Impero, che considera comunque eterno e comincia a non fare figli. I romani capirono che la denatalità era un disastro annunciato, tanto che cercarono di porvi rimedio con i pannicelli caldi, ad esempio vietando l´aborto ai loro schiavi. La misura non bastò certo ad arrestare il fenomeno e Roma passò in 4 secoli da un milione di abitanti sotto Augusto a ventimila nel V secolo. Il calo generale delle nascite ridusse le capacità militari e la sicurezza dell´impero, il cui esercito era affidato sempre più agli immigrati. Dal 165 dC la popolazione diminuì bruscamente: un quarto degli abitanti scomparve tra il 200 ed il 400 ed un quarto della restante popolazione tra il 400 ed i 500. E´quello che De Jaeghere definisce "demographie du declin", riprendendo la tesi di un altro francese Pierre Chaunu, della Sorbona che nel suo libro "Un futur sans avenir", analizzò il crollo demografico del tardo Impero, col passaggio dai 55-60 milioni di abitanti dell´epoca di Augusto, ai 25-30 milioni. La storia della caduta dell´Impero , scrive De Jaeghere, "è un avvertimento per noi", sottolineando le analogie tra quella immensa crisi ed il travaglio attuale dell´Europa, anch´essa oggi preda di una denatalità che sembra senza speranza.

Ed in Europa l´Italia è in pieno "suicidio demografico", il paese, grazie all´attuale bassa natalità, 1,3 figli per donna ed allo squilibrio di quasi 200mila unità tra nascite e morti, al 2040 perderà 10 milioni di cittadini, ma non è questo il problema, i problemi vengono dalla composizione generazionale, 10 milioni in meno verranno da 15 milioni di cittadini da 1 a 65 anni in meno, e da 5 milioni di ultra sessantacinquenni in più. Con un rapporto insostenibile tra giovani ed anziani, tra lavoratori e pensionati. A meno che, come prevede l´Istat, ancora per qualche decennio ci sia l´ apporto di "ringiovanimento" di almeno 150mila immigrati ogni anno. Cosa però che da qualche anno non si avvera più e quest´anno, per la prima volta da sempre, i cittadini residenti si sono ridotti, anche per una forte contrazioni di immigrati residenti, sia per la crisi economica che per le politiche di paura e di terrore che le immagini dei barconi e dei drammi del Mediterraneo, amplificate ad arte dai partiti populisti e xenofobi, producono come reazione all´immigrazione.

Certo la ripresa della natalità a livelli accettabili sarebbe la soluzione principe al problema dell´invecchiamento e del declino del paese, ma sappiamo bene che questa, anche se auspicabile, non è problema che possa risolvere nell´arco di qualche anno lo squilibrio demografico in marcia.. Ci vogliono politiche per il sostegno della famiglia e per la stabilità dell´occupazione giovanile che non si vedono all´orizzonte. Oggi i giovani, senza futuro, non possono metter su famiglia e far figli. Comunque il problema dell´invecchiamento accelerato da bassa natalità durerà sicuramente ancora qualche decennio anche dopo la ripresa, eventuale ed auspicabile, di un decente tasso di natalità. Perciò l´Italia ha bisogno ancora per qualche decennio di una iniezione di giovani che solo i flussi migratori possono dare. Tertium non datur. Ma farlo capire agli italiani non è facile se neanche esperti e politici mostrano di averlo capito.

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Lost generation, come evitarla

l'Unità, 10 aprile 2016
postato: APR 10 2016TAGS: Economia

"Bisogna agire rapidamente per affrontare il problema della disoccupazione giovanile in Europa e per evitare uno scenario drammatico, una generazione perduta, una Lost Generation".

Lo ha detto Mario Draghi a commento del rapporto annuale della BCE, ma non sembra che le preoccupazioni del banchiere siano state raccolte con la dovuta attenzione dai governanti europei, in primis quelli dei paesi come l´Italia dove il problema disoccupazione giovanile, è più acuto. La distanza dell´Italia dall´Europa è misurabile in almeno 3 milioni di occupati che mancano, di cui 1 milione giovani.

Per avvicinare l´Italia all´Europa, bisognerebbe essere capaci di creare almeno un milione di posti lavoro in tempi brevi. Obiettivo possibile a condizione di cambiare completamente marcia rispetto al passato, adottando politiche pro-labor, speciali, adatte a periodi di bassa crescita. Anzitutto è pericoloso scommettere su tassi di crescita superiori al 2% impossibili sul medio periodo. La crescita è necessaria, ma non dobbiamo più pensare che con un mondo che cresce al 3% e paesi emergenti, Cina, India, etc. che crescono al 6% e più la crescita media dei paesi industriali possa superare il 2% sul medio periodo. In secondo luogo occorre far tesoro degli altri paesi industriali che solo rafforzando i servizi hanno difeso l´occupazione.

L´industria va difesa ma sapendo che, come l´esperienza di tutti i paesi industriali dimostra, da essa non verrà un solo posto di lavoro in più. In terzo luogo occorre puntare sulla qualità delle produzioni di beni e servizi più che sulla quantità, sullo sviluppo e l´export dei servizi, quelli avanzati ma non solo –turismo, cultura, istruzione, entertainement, servizi alle famiglie ed alle imprese- che in Europa sono molto più sviluppati che da noi. In quarto luogo occorre prestare più attenzione alla durata del lavoro, che in Italia è mediamente assai più lunga che in altri paesi europei.

Una premessa culturale, occorre prestare più attenzione al tasso di occupazione che al tasso di disoccupazione. Infatti il numero di disoccupati, essendo complementare al numero degli inattivi, si riduce in periodi di crisi grazie agli "scoraggiati" che rinunciano ad una ricerca senza speranza, passando, per Istat ed Eurostat, da disoccupato ad inattivo. In Italia abbiamo il più alto numero di inattivi di tutti i paesi industriali, 14,5 milioni, cioè il 36% della popolazione in età da lavoro contro il 20% di paesi come Germania, Svezia, Olanda, etc. A riprova della scarsa attendibilità dei tassi di disoccupazione, si vedano i dati di due paesi diversissimi, Romania e Svezia, il paese più povero ed uno dei più ricchi della UE, hanno lo stesso tasso di disoccupazione, tra 7% ed 8%, ma hanno tassi di occupazione diversi, 55% e 75%.

Cioè in Svezia è occupato il 20% di popolazione 14.65 anni in più. L´Italia ha un tasso di disoccupazione in media europea, intorno al 12%, ma ha 10 punti in meno del tasso di occupazione europeo, 56% contro 66%. L´OCSE, nel rapporto, Employment Situation, mostra dati di occupazione positivi malgrado la bassa crescita in molti paesi europei che hanno fatto politiche occupazioni "speciali". Nel triennio 2011-2014 l´occupazione è cresciuta di 1 punto percentuale nei 34 paesi dell´OCSE, e di 0,7 punti nei 27 paesi dell´Unione Europea. Da notare che nel triennio il Pil era cresciuto solo dello 0,7% l´anno nell´UE e dell´1,4% nell´OCSE. Come è stato possibile questo… miracolo occupazionale quando, a causa della produttività da progresso tecnico, difficilmente l´occupazione cresce quando la produzione non supera il 2%?

In questi paesi 3 elementi di differenza balzano agli occhi, un importante settore terziario pari al 75% dell´occupazione rispetto al nostro 68%, livelli medi di qualità delle produzioni di beni e servizi superiori ai nostri, orari di lavoro più corti, 1500 ore/anno contro le 1800 dell´Italia. Questi paesi hanno assunto l´obiettivo occupazionale come prioritario, facendo politiche speciali, adatte ad anni di bassa crescita, abolendo gli straordinari sostituiti con la Banca delle ore come in Germania o con l´Annualisation des oraires come le 35 ore in Francia, o con incentivi al part time come in Olanda, mentre noi siamo rimasti gli ultimi europei a far pagare l´ora di straordinario addirittura meno dell´ora ordinaria, ad aumentare l´età pensionale ai massimi e a non consentire la "progressive pension", chi vuole va in pensione prima rinunciando a qualche soldo.

Bassa natalità e incapacità di creare lavoro ai giovani sono i due più gravi problemi strutturali ed economici di una Italia ch invecchia velocemente. Sotto questo profilo, oltre a politiche pro giovani e pro famiglia necessarie ma che non attraggono l´attenzione dovuta dei nostri politici, un flusso migratorio di 100mila-200mila immigrati/anno, è necessario, anche secondo l´Istat, per salvare dal fallimento l´Italia, coi suoi sistemi produttivo, previdenziale e sanitario. È questo lo scenario Lost Generation che Draghi teme e raccomanda all´Europa ed all´Italia di evitare.

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