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L'informatico e la badante
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Fiat, Monti stretto tra Marchionne ed il Vescovo di Roma

l'Unità, 21 marzo 2012
postato: MAR 21 2012TAGS: Economia

"Chi gestisce la Fiat ha il diritto di scegliere per i suoi investimenti le localizzazioni più convenienti e non ha nessun dovere di ricordarsi solo dell´Italia" (il Sole 24 Ore, 18/3). È il prof. Monti che parla ed il minimo che si possa dire è che questi concetti rispondono ad una filosofia d´impresa, vecchia, Shareholder che guarda solo agli interessi a breve termine degli azionisti, contestata da imprenditori economisti, politici e anche da Vescovi. Un conservatore come E. Luttwak nel suo "Turbocapitalism" accusa apertamente questa filosofia, che egli contrappone a quella del vecchio Ford che nel 1914 scandalizzava il Wall Street Journal "crimine contro l´economia", per versare 5 dollari al giorno agli operai, perché potessero acquistare le vetture che fabbricavano.

Tra i contestatori della filosofia Shareholder c´è anche Obama che in un incontro col boss della Apple, Steve Jobs, protestò apertamente contro la decisione di spostare in Cina la costruzione di milioni di cellulari, Ipad e computer. "Quei posti non torneranno mai più in America", rispose Steve. E questo, come spiega N. York Times (inserto Repubblica, 30/1), non perché "costruirli in America avrebbe portato l´Apple al fallimento", ma avrebbe solo ritoccato l´attuale astronomico utile della società, 30% del fatturato. A questa concezione si contrappone la teoria Stakeholder, che tiene in conto non solo gli azionisti ma tutti i portatori d´interesse, con cui non si schierano né Marchionne né, purtroppo Monti, ma il Vescovo di Roma Benedetto XVI con l´enciclica Caritas in veritate:

"Il mercato globale ha stimolato da parte di paesi ricchi, la ricerca di aree dove delocalizzare le produzioni a basso costo. Questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con gravi pericoli per i diritti dei lavoratori ed i diritti fondamentali dell´uomo. Vecchie modalità della vita imprenditoriale vengono meno ma altre promettenti si profilano all´orizzonte per evitare uno dei rischi maggiori, che l´impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale. La pratica delle delocalizzazioni delle attività produttive può attenuare nell´imprenditore il senso di responsabilità nei confronti di portatori di interesse quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l´ambiente naturale e la più ampia società circostante, a vantaggio degli azionisti che non sono legati ad uno spazio specifico e godono quindi di una straordinaria mobilità. Nella società dello "sviluppo umano integrale nella carità e nella verità" (titolo dell´enciclica), si va sempre più diffondendo il convincimento che la gestione dell´impresa non può tener conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell´impresa, lavoratori, clienti, fornitori dei vari fattori di produzione, comunità di riferimento. Negli ultimi anni è cresciuta una classe cosmopolita di manager che rispondono solo agli interessi degli azionisti che stabiliscono i loro compensi".

Se poi se si tratta di un´impresa che in 100 anni è stata sempre aiutata e protetta dallo Stato –Italia unico paese senza imprese straniere produttrici di auto – e che meno di 10 anni fu salvata dal fallimento col prestito "convertendo", che ha da tempo lasciato che le auto prodotte in Italia diminuissero a favore di quelle prodotte all´estero, l´adesione a valori più avanzati di quelli espressi da Marchionne ed approvati da Monti, farebbero bene alla Fiat, all´economia ed alla cultura del paese.

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Istruzione, internet, meno figli. La modernizzazione dietro le rivolte (in Africa e Medio Oriente)

Corriere della Sera, 12 marzo 2011
postato: MAR 2 2011TAGS: Economia ,  Politica ,  Immigrazione

Le rivolte popolari che hanno fatto saltare regimi dittatoriali in Tunisia ed in Egitto e che stanno scuotendo la Libia, erano state previste in molte analisi ma non dai politici. Oltre al fallimento delle Intelligence, c´è da denunciare una certa incultura occidentale nella comprensione del grande processo di modernizzazione in atto da anni.

In qualche decennio la scolarizzazione è quasi raddoppiata in tutti i paesi mussulmani con una novità, addirittura in 5 dei 12 paesi esaminati, Iran, Arabia Saudita, Qatar, Barhein, Tunisia (vedi tabella) gli anni di scolarità previsti (school life expectancy) delle donne sono superiori a quelli degli uomini. Se si considera, che gli anni di scolarità in questi paesi sono mediamente molto prossimi ai nostri, che la età media di questi popoli è giovanissima, 24 anni in media, 18 nello Yemen, contri i nostri 44, si può affermare, senza ombra di dubbio, che le potenzialità nell´uso delle nuove tecniche informatiche da parte loro sono superiori alle nostre. Infatti grande è stata l´importanza di Internet nell´organizzazione delle manifestazioni di piazza. Un altro sego di modernizzazione è il calo della natalità da 5-6 figli per donna a 2-3. In Libia, dal 1980 il numero di figli per donna è calato da 7 a 3, trend simile in Arabia Saudita.

Notevole anche il calo dell´endogamia (matrimoni fra cugini), scesa, al 10% (era più del 20%) e le iniquità nella distribuzione della ricchezza in paesi che poveri non sono (indice di Gini sempre superiore a 0,4). Anche in paesi più ricchi di noi come Qatar Barhein, Emirati A., la mortalità infantile è da 3 a 10 volte la nostra e la povertà molto diffusa. Se il "contagio" dovesse estendersi i paesi più esposti sono, oltre Algeria e Bahrain, da tempo instabili, Iran, paese senza libertà democratiche, Arabia S., paese ricco ma con alta iniquità sociale, Yemen, poverissimo, alta disoccupazione, col Sud a rischio secessione, Oman paese ricco ma politicamente arretrato.

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Europa, più uguali e più ricchi, Italia più diseguali e più poveri

Isril On Line, 23 marzo 2011
postato: MAR 23 2011TAGS: Economia ,  Politica

Un tasso di disoccupazione giovanile che colpisce un giovane su tre ed una denatalità che dura da 35 anni - nascite dimezzate da 1 milione l´anno a poco più di 500 mila - sono dati emblematici di un paese in declino: Pochi giovani ed anche disoccupati! Come è possibile? Quando parlo di paese in declino non intendo qualcosa di irreversibile, l´Italia ha potenzialità di imprenditorialità, operosità e talenti che chiede solo di essere valorizzata con politiche adeguate. Parlo di declino perché da 15 anni siamo il paese europeo ed occidentale il cui Pil cresce meno di tutti, il paese che avrebbe 3 milioni di occupati in più se avesse un tasso di occupazione (quota di occupati sulla popolazione 15-64 anni) europeo, 65% rispetto al nostro 57%, il paese che, malgrado un numero di laureati inferiore agli altri paesi ha il più alto tasso di disoccupazione e sottoccupazione laureati.

Questo avviene perché produzioni "povere" non assorbono molti laureati. Insomma le ristrutturazioni produttive non sono state all´altezza del nuovo scenario. Quali erano le ristrutturazioni necessarie? Semplicemente investire in innovazioni verticali ed orizzontali, verticali verso settori produttivi ad alta crescita, elettronica, servizi avanzati, etc., orizzontali innovando i processi produttivi aziendali per aumentare la competitività, in linea con la nuova divisione internazionale del lavoro che ha visto in pochi anni i prodotti di miliardi di cinesi, indiani, coreani e brasiliani, con costi lavoro assai più bassi, invadere i mercati mondiali. Che fare per invertire il declino, dare ai giovani il futuro che meritano e consentire al paese di occupare un posto nella divisione internazionale del lavoro migliore dell´attuale? In primis arrestare il declino demografico, fattore economico negativo più che non si creda, poi seguire la lezione dei paesi del Nord Europa, Germania e Scandinavia in testa, che con politiche di innovazione e redistribuzione, riescono a crescere di più, sfiorare la piena occupazione e diventare anche più ricchi. Infatti i paesi del Nord Europa con minori disuguaglianze sono anche i paesi a più alto reddito per abitante. Nella società della conoscenza, una maggiore eguaglianza dei redditi, assume valore economico, perché rafforza sia la domanda interna che la cultura diffusa.

1 - Giovani, i più colpiti in un paese che invecchia Tutti i dati mostrano chiaramente che in Italia almeno due generazioni stanno vivendo condizioni di vita e di lavoro peggiori delle precedenti. Più di 2 milioni sono disoccupati, molti sono sottoccupati, almeno altri due milioni vanno ad ingrossare la categoria dei "non studenti né lavoratori, né disoccupati", cosiddetti inattivi che l´Istat, secondo criteri internazionali di rilevazione, non considera neanche disoccupati perché dichiarano di "non avere effettuato ricerca attiva di lavoro nella settimana precedente l´indagine".

In Italia lavorano troppo pochi. Il bassissimo 57% di tasso di occupazione rispetto alla media europea 65% e nordeuropea 72%, deriva da due componenti principali, donne e giovani del Mezzogiorno. Nel Centro Nord il tasso di occupazione è in media europea mentre nel Mezzogiorno è solo del 45%. Quanto ai giovani la maggioranza di essi lavora da precario, con una delle tante forme di qualifica professionale, co.co.co., collaboratore a progetto, etc., introdotte dalla cosiddetta Legge Biagi. Dico cosiddetta, a differenza della vulgata comune, perché nelle 100 pagine del Libro Bianco Biagi, quando si invocano nuove forme professionali più flessibili, si aggiungono subito raccomandazioni perché le nuove flessibilità siano sempre accompagnate da misure di garanzia e da ammortizzatori sociali, misure assenti nella Legge Biagi. La precarietà che ne deriva, produce molti danni tra cui due principali: un effetto negativo sulla produttività a causa della scarsa partecipazione del "precario" ai processi di miglioramenti aziendali, un effetto negativo sulla natalità a causa dell´impossibilità dei giovani di organizzare la vita in un progetto di futuro.

A questo maltrattamento dei giovani sono da ascrivere molti mali dell´Italia di oggi, in primis siamo il paese più vecchio del mondo insieme al Giappone, che non a caso è l´altro paese che ci contende due primati negativi, la bassa crescita del Pil prolungata negli anni ed il debito pubblico più alto al mondo, superiore al 100% del Pil, oltre le spese crescenti per sanità e pensioni.

Una seconda conseguenza del mal-trattamento dei giovani è un altro nostro record negativo, il paese meno attraente al mondo per investimenti diretti esteri (IDE). Nelle statistiche dell´Unido/Onu infatti l´Italia appare all´ultimo posto tra i paesi industriali nel rapporto tra IDE in entrata ed investimenti fissi lordi, appena il 3%. In un mondo globalizzato, dove aumenta la mobilità dei capitali internazionali per investimenti produttivi, essi concorrono a meno del 3% degli investimenti fissi lordi italiani. All´altro estremo della classifica degli IDE compare un paese come la Svezia, con quasi il 30% di investimenti diretti esteri. Se si considera che la Svezia ha anche altri primati, generalmente considerati negativi, come l´alta pressione fiscale e un Welfare tra i più ricchi del mondo, si deve riflettere sui cambiamenti che la globalizzazione e la società della conoscenza hanno prodotto sui fattori di competitività.

L´uomo, agevolato da strutture educative e di ricerca adeguate e da politiche incentivanti l´innovazione, diventa fattore sempre più strategico di competitività produttiva e crescita economica. Si riconferma il dato che onde assicurare la flessibilità e le innovazioni necessarie ai paesi industriali per non arretrare nella nuova divisione internazionale del lavoro l´uomo diventa il primo fattore critico. Il capitale si muove ormai a tutto campo nel mondo alla ricerca di buone opportunità di investimento e queste ultime si orientano secondo due tipi di comportamento: nei paesi avanzati, alla ricerca dei fattori, soprattutto umani, di elevata specializzazione della forza lavoro, nei paesi emergenti il parametro costo lavoro diventa attraente per produzioni a basso e medio contenuto di tecnologie.

Purtroppo l´Italia si è distinta negli ultimi anni per la trascuratezza assoluta con cui i vari governi, soprattutto quelli di destra che hanno dominato nell´ultimo decennio, hanno trattato l´uomo, i giovani, la scuola, l´Università e la ricerca. Ed il paese ne paga pesanti conseguenze nel peggioramento generale delle condizioni di vita e di lavoro e nella sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro. Il Pil certifica nella sua sintesi il declino. In pochi anni il Pil pro capite italiano è arretrato di 10 punti, dal 107% della media europea al 97%.

2 - Che fare per arrestare il declino e rispondere ai nuovi scenari della globalizzazione Politiche per ridurre le disuguaglianze: nel campo della macroeconomia oggi caratterizzata dalla crisi economica mondiale, anzi occidentale (dato che, Sud est asiatico, America latina ed Africa sembrano immuni), un altro elemento che fa la differenza tra chi "sta male e chi sta in salute" è la distribuzione del reddito.

C´è un indicatore abbastanza preciso delle "disuguaglianze" di reddito, l´indice di Gini cha va da 0 ad 1. 1 indica la massima disuguaglianza dei redditi, 0, la perfetta eguaglianza. Italia, Gran Bretagna, Usa, Canada, Russia e Messico sono i paesi dell´ Ocse (organizzazione internazionale di cooperazione economica, di Parigi) con valori dell´indice di Gini superiori a 0,3, cioè di massima disuguaglianza dei redditi.

Danimarca, Olanda, Svezia, Norvegia, Finlandia, Germania e Francia, sono invece i paesi Ocse con indice di Gini inferiore a 0,3, cioè di minima disuguaglianza dei redditi. Non a caso sono questi ultimi paesi quelli che, non solo hanno subito minori danni dalla crisi economica occidentale, ma sono anche ai vertici delle classifiche di crescita del Pil e di ricchezza (Pil per abitante). Più uguali, più ricchi. Non a caso l´Italia si impoverisce essendo il paese dove il 45% della ricchezza è concentrata nelle mani di appena il 10% delle famiglie.

Politiche per la famiglia sono necessarie non solo per evitare "l´estinzione della razza italica" ma soprattutto per arrestare il declino economico di un paese che invecchia rapidamente. Oggi è l´immigrazione, assai elevata proprio per colmare i buchi della denatalità a mantenere in vita l´azienda Italia. Essa non basta, l´integrazione degli immigrati va realizzata meglio, molto meglio, ma per correggere una struttura demografica troppo "appesantita" da vecchi ed anziani bisogna fare quello che tutti i paesi europei, dalla Scandinavia a Germania, Francia, Austria, etc. hanno fatto negli ultimi 30 anni: bonus per neonati e giovani, asili nido e soprattutto detrazioni fiscali. In Francia chi ha il terzo figlio vede abbassarsi gli oneri fiscali del 50%: È così che nel 2010 sono nati quasi 900mila bambini contro i poco più di 500mila in Italia (di cui 107mila da mamme straniere). Le multinazionali non investono nei paesi vecchi perché non li attira né la domanda (pannoloni e poi?) né l´offerta di lavoro giovane e ben formato di cui le attività avanzate hanno bisogno.

Politiche contro la precarietà del lavoro. Sono necessarie per combattere sia l´assenza di futuro dei giovani che la bassa crescita di produttività. C´è un modo elementare per combattere il lavoro precario, fare in modo che esso costi più del lavoro stabile, il contrario di quanto avviene oggi.

Politiche per aumentare l´occupazione, sopratutto di donne e giovani. La Germania è, tra i grandi paesi industriali, l´unico ad aver ridotto la disoccupazione nel 2010, grazie ad una politica di riforme strutturali pro-occupazione agendo anche sui regimi di lavoro e sugli orari di lavoro.

Alla Volks Wagen il mantenimento dei livelli occupazionali è stato possibile con la flessibilità ottenuta con più part time ed orario da 35 a 33 ore. In Italia si fa il contrario riducendo ai minimi europei il costo degli straordinari ed addirittura defiscalizzandoli (insieme al salario aziendale di produttività) quando gli straordinari con la produttività non c´entrano per niente. Infatti la produttività oraria si riduce all´aumento dell´orario. Una politica occupazionale di genere va adottata con urgenza, stante il fatto che il basso livello del tasso di occupazione italiano dipende soprattutto dal bassissimo tasso di occupazione femminile, 45% contro il 60% europeo. Lotta quindi alle numerose pratiche di scoraggiamento della maternità ed incentivi di defiscalizzazione dei contributi per le donne.

Politiche per l´innovazione e la ricerca. Queste politiche sono necessarie per almeno due motivi: è l´unica via per cui un paese industriale può difendere la sua collocazione "alta" nella divisione internazionale del lavoro, è l´unica tipologia di aiuti alle imprese (con l´ambiente) consentita dai Trattati europei. L´innovazione va sostenuta in tutti i settori, industria anzitutto ma anche servizi avanzati ed agricoltura. In Italia si parla, giustamente, molto dell´industria manifatturiera, seconda solo alla Germania, ma si parla poco della inefficienza dei servizi, da cui dipende più dei 2/3 dell´occupazione. Il bilancio commerciale dei Servizi è in passivo crescente da 5 anni, dai trasporti alla comunicazione, dall´informatica alla consulenza, dalla formazione al cine-TV, dal turismo alla finanza, malgrado l´attivo di quasi 10 miliardi della bilancia turistica (che però riduce il suo peso nel turismo mondiale). E questo è un costo grave anche per le nostre imprese.

Politiche fiscali anche a fini redistributivi. Parliamo da anni di una riforma del sistema fiscale che non parte mai. Qui vorrei indicare alcuni criteri necessari per correggere le più grandi distorsioni del nostro sistema. Premetto anzitutto che in Italia abbiamo un record mondiale di pressione fiscale, perché il dato ufficiale del 42% del Pil è ottenuto "gonfiando" il Pil del 20% per tener conto dell´economia sommersa. Se si rapportassero le entrate al Pil "delle transazioni monetarie palesi" si otterrebbe il 52% di pressione fiscale, a livello svedese. Per abbassare il livello della pressione fiscale è anzitutto necessario combattere più drasticamente l´evasione fiscale, con pene più robuste e tracciabilità dei movimenti monetari al di sopra di una soglia significativa. Questo non basta per rilanciare produzioni, imprenditorialità e crescita. È necessario superare le attuali sperequazioni, tra redditi da lavoro e da capitale, questi ultimi tassati con aliquota ridicola del 12,5% e non ricorrendo troppo alle imposte indirette, già superiori al 50% delle entrate, che, agendo su tutti i consumi, ledono il principio di progressività (i più ricchi devono pagare percentualmente di più dei meno ricchi) sancito dalla Costituzione.

Politiche per il Mezzogiorno. Tra i principali motivi del declino italiano c´è il sottosviluppo del Mezzogiorno, mentre il Nord è tra le regioni più ricche d´Europa. Siamo l´unico paese europeo in cui i divari regionali sono aumentati. Tutti gli altri paesi, dalla Spagna al Portogallo, dalla Germania alla Grecia, anche grazie agli incentivi europei, hanno ridotto i divari tra regioni ricche e povere. Questo è successo non solo perché molti soldi andati al Sud sono stati mal spesi per corruzione, criminalità e cattivi progetti, ma anche perché in molti anni le risorse per il Sud non sono state aggiuntive delle quote di risorse ordinarie ma sostitutive. Basta guardare alle quote delle spese ordinarie andate al Sud per ferrovie, strade, ospedali, scuole, Università, sempre inferiori al 30% delle quote stabilite. Può darsi che una riforma federalista ben fatta improntata ai giusti criteri di solidarietà possa migliorare anche le politiche per il Mezzogiorno, ma occorre anche scegliere le giuste priorità di spesa. Cosa non sempre avvenuta in passato quando ad esempio, invece di finanziare industrie "labor intensive" coerenti con le vocazioni dell´area, si sono concentrati gli incentivi su settori come siderurgia e petrolchimica che danno poca occupazione rispetto agli investimenti ed inquinano molto.

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